CAPITOLI
I. Il tufo
II. Il carparo
III. La pietra leccese
IV. Le volte leccesi
Il Salento, e Lecce in particolare, sono sempre stati accostati alla pietra leccese. Solitamente si tende a chiamare pietra leccese quella pietra più fine e pregiata appartenente alla famiglia dei tufi, mentre tutto il resto è genericamente definito tufo.
Eppure esistono varietà di pietra tufacea, molte delle quali sconosciute al grande pubblico, ma di elevatissimo pregio, tanto che da esse si traggono oggetti d'uso comune originali, di qualità e grande impatto visivo.
Un'altra varietà di tufo ma che presenta aspetti peculiari è la pietra carpara - anch'essa tipica del territorio – la quale si differenzia molto dalla pietra leccese conservando notevoli qualità dal punto di vista geotecnico, tanto da essere stata utilizzata prevalentemente in ambito edilizio, molto più massicciamente della pietra leccese.

Si tratta di pietre che generalmente venivano utilizzate in edilizia, per la costruzione di case, palazzi e chiese, ma che si presentano in diverse varietà, alcune delle quali si prestano ad essere lavorate così finemente da ottenere piccoli e grandi oggetti, ben rifiniti.
Nonostante il nome, che può ingenerare confusione con la tipica pietra vulcanica chiamata, appunto, tufo, si tratta di una pietra calcarea porosa, formatasi da sedimenti marini depositati nel sottosuolo in milioni di anni, che, mischiatisi con altri componenti del suolo, hanno dato origine ad una pietra molto malleabile, a pasta fina o grossa (a seconda del territorio) e largamente utilizzata in edilizia proprio per la sua facile lavorabilità. Una conchiglia incastonata in un pezzo di pietra tufacea prova che che il tufo è il risultato di un processo di sedimentazione di resti marini durata milioni di anni.
Il tufo ha un solo difetto: assorbe umidità, sia quella atmosferica che quella così detta di risalita. Ma a parte questo difetto – superabile con l'impiego di materiali di coibentazione e di fogli di plastica grossa posti sotto alla pavimentazione (trucco imparato dai vecchi costruttori edili!) – le sue qualità sono eccelse: è resistente e presenta buone caratteristiche dal punto di vista statico e dell’isolamento termico.
Oggi è usato molto poco in campo edilizio ed è snobbato dagli artigiani della pietra leccese. Ma quei pochi – rarissimi – artigiani che hanno saputo apprezzarne le caratteristiche, realizzano oggetti originalissimi e dai disegni multiformi.
(con l'accento sulla prima "a”)

La pietra carpara è una pietra che si ritrova solitamente in luoghi costeggiati dal mare. In Salento ci sono due mari e quindi...abbondanza di pietra carpara!
E' una roccia calcarea, della famiglia dei tufi, dal colore giallo intenso, molto dura e resistente, a grana spessa, tanto che viene lavorata facilmente a mano, con ascia e scalpello, in quanto l'uso di macchinari rischia di rovinarla poiché i grani, sotto le macchine, potrebbero staccarsi in grandi quantità tanto da non ottenere la forma voluta. Dunque la lavorazione avviene completamente a mano. E' molto diffusa nella zona tra Alezio e Gallipoli, dove vi sono cave che forniscono pietre di ottima fattura.
Anche questa pietra era molto diffusa nell'edilizia. Talvolta non veniva nemmeno intonacata (come nella foto). In altre parole con i tufi di pietra carpara si costruivano case e palazzi e si lasciavano così come sono. Quando piove, la pietra carpara assume un colore più scuro, mentre quando splende il sole, brilla e prende un colore più tenue. Difatti il carparo assorbe l'umidità e cambia colore a seconda del quantitativo di acqua assorbita.
Con il carparo, inoltre, vengono realizzati arredamenti interni di notevole fattura, come murales e camini, oggi molto pregiati ma una volta molto diffusi nelle case salentine.
(detta, in dialetto salentino, "liccisu")
Si racconta che il Salento, circa 12 milioni di anni fa era totalmente coperto d'acqua, in cui nuotavano animali di tutti i tipi, molti di essi ormai estinti. I loro resti si sono pian piano decomposti per poi divenire, nel corso di milioni di anni, pietra. La pietra leccese appunto. Stiamo parlando del Miocene, la prima delle due epoche geologiche in cui è suddiviso il Neogene, il secondo periodo dell'Era cenozoica, iniziato 23 milioni di anni fa e terminato 5 milioni di anni fa.
Insomma, la pietra leccese è di origine organica, un po' come gli altri materiali che oggi utilizziamo, tra cui il petrolio.
Questa particolare pietra si trova prevalentemente in Salento e le sue qualità dipendono dal luogo di estrazione. In poche parole in diversi luoghi ci sono state diverse mescolanze di resti organici che modificano la composizione, la durezza e anche il colore della pietra, dunque ci sono molte varietà di pietra leccese.
Il colore passa dal bianco perla al giallino, a seconda del luogo di estrazione e del quantitativo di umidità presente nella pietra.
La sua estrazione avviene prevalentemente nel leccese (Lecce, Surbo, Monteroni, San Pietro in Lama, ecc.), nella zona di Maglie (Melpignano, Cursi, ecc.) e nella zona di Gallipoli, e non è un caso che in questi luoghi sorgano chiese e palazzi ricercati, eleganti e sontuosi.
La pietra leccese ha avuto fama mondiale proprio grazie ai suoi palazzi e alle sue chiese che hanno adornato Lecce e provincia sin dagli inizi del '600.

Lecce è chiamata la patria del barocco proprio a motivo della massiccia presenza della pietra leccese lavorata secondo i canoni del barocco seicentesco, un barocco imponente, che si sposa a meraviglia con la pietra del territorio, una pietra che – proprio in virtù della sua facile lavorazione – ha dato vita ad opere di straordinaria fattura, come la celebre Basilica di Santa Croce di Lecce o la Chiesa madre di Maglie realizzate – così come tutte le altre opere dell'intero Salento – non da rinomati artisti, ma da semplici e umili scalpellini.
La loro tecnica e le loro conoscenze hanno permesso al barocco leccese di conservarsi fino ad oggi. Difatti gli scalpellini di una volta sapevano che per proteggere la pietra bisognava intingerla nel latte. Il lattosio penetrava nelle porosità della pietra e la preservava dagli agenti atmosferici. Questa tecnica è antichissima, basti pensare che i Menhir realizzati in pietra leccese (come il Menhir Ussano) venivano trattati - 5000 anni fa - allo stesso modo.
Nel corso dei secoli, poi, la lavorazione della pietra leccese si è perfezionata, sino a raggiungere livelli altissimi di originalità. Gli artigiani hanno presto scoperto che la pietra, con il passare del tempo, acquistava durezza e resistenza e che le intemperie non ne inficiavano la brillantezza, se trattata adeguatamente (come, per esempio, la tecnica di intingerla nel latte). Ecco perché ne hanno continuato la lavorazione e oggi il Salento annovera numerosi artigiani della pietra leccese, molti dei quali conosciuti e stimati nel mondo.
Quando i costruttori si resero conto che potevano costruire le case modellando il tufo o il carparo a proprio piacimento, iniziarono a nascere tecniche costruttive tutte particolari e fantasione, basate sull'uso di questi materiali. Nacquero così le volte leccesi e le due tecniche costruttive fra le più consuete: la volta a spigolo, quella a botte e la volta a squadro o meglio conosciuta come a stella.
Da quel momento le case salentine acquistarono un pregio in più, dovuto non tanto e non solo all'originalità e bellezza di dette volte, quanto alla loro utilità: le case con le volte a stella o a spigolo sono decisamente più calde d'inverno e più fresche d'estate. Merito della pietra, certo, ma merito anche della particolare conformazione del soffitto che diffonde il calore in modo più uniforme, non disperdendolo.
Sostanzialmente e senza entrare troppo nei dettagli, la volta a spigolo, formata da quattro angoli, veniva utilizzata per costruzioni più piccole, mentre la volta a stella, formata da 8 angoli, veniva utilizzata per costruzioni più grandi, dovendo sopportare un carico maggiore. Infine la volta a botte – usata molto nella costruzione delle chiese e di alcune case più recenti – ha il vantaggio di essere più semplice da realizzare, mantenendo comunque un buon assetto dell'immobile e una uniforme diffusione del calore.
Di seguito una volta a spigolo

poi una volta a stella

infine la volta a botte (in questo caso la pietra non è a vista, ma intonacata)

Si racconta che ogni volta portasse la firma del suo costruttore. Difatti era abbastanza agevole riscontrare in ogni specifica volta realizzata la particolare tecnica utilizzata dal suo costruttore, e così ognuno, in paese, sapeva chi aveva costruito una determinata casa, solo e semplicemente alzando lo sguardo verso il soffitto...
Durante i lavori il proprietario dell'immobile usava consegnare l'immagine di un Santo al costruttore, il quale lo seppelliva nelle fondamenta della casa oppure lo posizionava sulla sommità della volta, in segno di buon auspicio e di buon augurio per la casa. A fine lavori, inoltre, il padrone di casa usava invitare la maestranza a pranzo, sia per ringraziarla sia per saldare i debiti.
Oggi questa pratica è scomparsa, anche se sopravvive in pochi paesi del Salento.