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I canti di lavoro

Legenda:

I. La tabaccara e Lu sule calau calau, due canti di lavoro e denuncia

II. La rivolta di Tricase

III. L'occupazione delle terre d'Arneo e il docu-film Arneide, lo Stato fa la guerra ai contadini

IV. Mara l'acqua, canto di lavoro e amore e Li muerti te la zappa, ironico canto di lavoro

V. Fimmene fimmene, omaggio alle tabacchine

 


 

I canti di lavoro rappresentano un'importante testimonianza circa le condizioni di vita cui erano sottoposti i lavoratori fino alla metà del secolo scorso.

I canti di lavoro e i canti di protesta a volte potevano intrecciarsi. Nel senso che un canto propriamente di lavoro assumeva il significato della protesta nei confronti del datore di lavoro, del caporale o del lavoratore addetto ai controlli. In molti settori, soprattutto in agricoltura e nel tessile, vi era la figura del controllore (la mescia, nei lavori effettuati da donne), ossia di un lavoratore, spesso vicino (per qualsiasi motivo) al datore di lavoro, che aveva il compito di controllare che tutto il processo produttivo si svolgesse il più rapidamente possibile, e così si vedevano scene di rimproveri se, per esempio, la tabaccara si fermava per scambiare una parola con l'amica vicina, o, in fabbrica, se la donna si piegava qualche secondo per raccogliere qualcosa caduta a terra. Un vero regime di terrore, che spesso dava l'ispirazione per la creazione di suggestivi canti. Come questo.

 

La tabaccara

Sta sonanu le sette,
tutte allu magazzinu:
cu lu scarpinu lucitu,
lu solitu passettinu.
Oilì, oilì, oilà, vota ca gira la tabaccà.
E alle sette e dieci
è sciuta l'operaia:
se vota lu portinaru
ca è già passatu l'orariu.
Oilì...
Ci 'zzamu moi de notte
cujimu lu tabaccu:
tuttu lu giurnu nfilamu
senza guadagnamu na lira.
Oilì...
Ci ete sta maestra
mo de stu magazzinu?
Cacciatila ddhra fore,
vascia coja petrusinu.
Oilì, oi..

Sono quasi le sette / tutte al magazzino / con lo scarpino lucido / il solito passettino / Oilì, oilì, oilà vai via tabaccà. / E alle sette e dieci / è andata l'operaia / se ne va il portinaio / perché è già passato l'orario. / Ci alziamo di notte / per raccogliere il tabacco. / Tutto il giorno ad infilare / senza guadagnare una lira. / Chi è questa maestra / del magazzino? / cacciatela fuori / se ne vada a raccogliere prezzemolo.

 

 

In questo caso la protesta si lega alla rassegnazione della propria condizione sociale (“tutto il giorno ad infilare, senza guadagnare una lira”) perché il lavoro, mal pagato quanto sia, è pur sempre l'unico mezzo per poter sfamare i figli, e questa consapevolezza è sempre presente nelle lavoratrici salentine. Ma non mancano, accanto alla rassegnazione, le frecciatine verso chi ha scelto la via più facile per entrare nelle grazie del padrone, a costo di fare la spia alle colleghe. “Ci ete sta maestra mo de stu magazzinu?”. Chi è questa maestra (ossia colei che controllava il lavoro) che ci sta con il fiato sul collo? Vada a raccogliere il prezzemolo, così ci guadagniamo tutte...

 

Un'altra canzone, anch'essa oggi molto conosciuta, può farci comprendere meglio la fierezza delle donne lavoratrici salentine, che di certo “non la mandavano a dire”.

 

Lu sule calau calau

E lu sule calau calau mena patrunu ca me ne vau 

E ci nu me ne porti me ssettu n’terra e fazzu carotti 

E li fazzu larghi e nfunni quannu passi cu te scunfunni 

E li fazzu nfunni e larghi quannu passi cu te stampagni 

E lu sule clau le tende allu patrunu lu muccu li pende 

E ci li penne a fare pe doi sordi ca nna dare 

E lu sule calau li munti mena patrunu facimu li cunti 

E lu sule calau li risi mena patrunu damii i turnisi 

E’ rrivata la curnacchiola dice ca è ora, dice ca è ora 

S’ha npuggiata sullu pajaru dice ca è ura né ’nde sciamu

Il sole è calato, forza padrone, devo andarmene / e se non mi porti via, mi siedo a terra e faccio buche / e le faccio larghe e profonde così quando passi tu possa sprofondare / e le faccio profonde e larghe così quando passi ti possa caderci. / Il sole ha calato le tende, al padrone pende il moccio / e che gli pende a fare per due soldi che deve darci / e il sole è calato dietro i monti, forza padrone facciamo i conti / e il sole ha calato il sorriso, forza padrone dammi i soldi. / E' arrivata la cornacchia, dice che è ora, dice che è ora / si è appoggiata sul tetto, dice che è ora di andare via.

 

Si nota subito la forte carica di ironia mista a disperazione. La donna che, dopo una lunga giornata di lavoro, chiede al padrone di andare via, perché stanca, perché l'indomani deve affrontare un'altra, faticosa, giornata. E chiede di essere retribuita. Chiede di portare a casa qualche soldo per poter comprare qualcosa da mangiare. Questo canto, come tanti altri, trova la sua ragion d'essere in una società caratterizzata da un forte fenomeno di sfruttamento della mano d'opera da parte dei grandi latifondisti, dei proprietari terrieri che possono imporre non solo orari di lavoro estenuanti, ma anche retribuzioni non proporzionate al lavoro effettuato. Questa condizione di sfruttamento diviene terreno fertile non solo per i canti di protesta, ma anche per canti di lavoro che hanno come obiettivo, tra gli altri, la denuncia sociale.

Non desta meraviglia, poi, che queste situazioni intollerabili di sfruttamento sfociassero in rivolte sociali. 

 


 

La rivolta di Tricase

 

Tricase, 1935. Siamo in pieno periodo fascista. Ma il popolo, i contadini, i cafoni, chi vive nell'estremo Sud, non sa chi siano i fascisti. Non sapeva, in effetti, chi fossero i piemontesi e, ancor prima, gli spagnoli. Qualsiasi potere che si è succeduto nel tempo era, comunque, qualcosa di lontano da loro. Un popolo straniero, come gli altri. Straniero alle logiche dei paesi del sud, straniero ai bisogni della gente, straniero alla povertà che affligge il Sud. Ma c'è una cosa a Tricase, piccolo centro del Sud Salento, che crea sollievo alla miseria più nera. L'Acait, un tabacchificio che dà lavoro a tanta gente, che permette, nel bene e nel male, di avere un reddito sicuro. Ebbene si sparge la voce, tra la gente del posto, che il regime fascista vuole spostare lo stabilimento a Lecce. E' solo una voce, niente di confermato. Ma tanto basta per scatenare la rivolta. Una rivolta che, badate bene, non prende piede solo da una notizia, peraltro non confermata, è una rivolta che trova origine nel passato, che non può permettere di togliere al paese l'unico mezzo di sostentamento per tante famiglie. Non si vuole sprofondare nella più nera miseria. Le tabacchine, così, si organizzano e si ritrovano sotto il portone del Comune. Il podestà, i fascisti, i carabinieri, hanno paura, non si aspettano una protesta. Qualcuno sostiene, per giunta, che si tratta di una manifestazione antifascista. Già le manifestazioni sono mal tollerate, ma quelle antifasciste ancor meno. E si spara. Si spara sulla folla. Si spara ad altezza d'uomo. Muoiono cinque persone. E ancora oggi a Tricase si sente la ferita aperta per quella vicenda. Luigi Chiriatti, un ricercatore di culture popolari, ha scritto che qualche anziano ancor oggi dice che a Tricase non si canta più dalla strage del 1935.

 

Da questa triste vicenda, il gruppo di ricerca-riproposta Aramiré ne ha tratto uno struggente canto, che qui vi propongo.

 

A Tricase nu se canta cchiui

testo di R. Raheli

Sciamu vedere

sciamu vagnuni mei

sciamu vedere

ddhra fore c'è rivoluzione

di tabacchine,

sta sparane a mitraglia

sulle tabacchine

cu chiodi e fierri rrugginiti

ma le carrare

de sangu s'ane chine le carrare

e de dhru giurnu

no se cantau cchiui

Andiamo a vedere / andiamo ragazzi miei / andiamo a vedere / la fuori c'è la rivoluzione / delle tabacchine / stanno sparando a mitraglia / sulle tabacchine / con chiodi e ferri arrugginiti / ma le strade / si sono riempite di sangue / e da quel giorno / non si canta più.

 


 

Le occupazioni delle terre d'Arneo 

 

Terra d'Arneo. 1950. La terra d'Arneo è un'immensa distesa di terreni agricoli situati nel Nord Salento e ricompresa nelle province di Brindisi, Lecce e Taranto. Siamo in un periodo, il 1950, di riforme agrarie, più promesse che attuate, di lotte contadine per la riappropriazione delle terre, di organizzazioni politiche e sindacali sempre più forti e sempre più penetranti nelle società contadine.

E' in questo quadro che s'installa un vero e proprio movimento fatto di contadini che reclamavano il diritto a coltivare le terre incolte o di proprietà di grandi latifondisti.

Ma facciamo un passo più su, per capire meglio il quadro della situazione.

E' il 12 maggio del 1950 quando l'allora Ministro dell'Agricoltura Segni realizzò la cosiddetta riforma agraria, una riforma che aveva l'intenzione di espropriare migliaia di ettari di terre da assegnare ai piccoli proprietari terrieri, ai contadini, insomma. Ciò per far fronte ad una pesantissima crisi economica che aveva messo in ginocchio soprattutto l'economia del Sud Italia. I contadini, i soldati tornati dalla guerra, i disoccupati chiedevano a gran voce la restituzione delle terre. “La terra è di chi la coltiva”, si sentiva urlare nelle piazze. E fu così. furono espropriati 800.000 ettari, dei quali 650.000 nel Mezzogiorno. Ma ne rimase fuori la Provincia di Lecce. Forse perché il senatore Tamborrino era proprietario di ben 28.000 ettari di terre, proprio nella zona dell'Arneo. Terre per lo più incolte e usate quasi esclusivamente per la caccia.

Nel dicembre del 1951 i contadini si riunirono nelle campagne dell'Arneo per protestare e reclamare la terra. Erano in migliaia. Quasi tremila contadini arrivarono da Nardò Carmiano Leverano. Chiedevano solo l'applicazione della riforma agraria anche nella provincia di Lecce.

Però lo Stato rispose con la violenza. Una violenza subdola, che avrebbe ridotto la popolazione nella miseria ancor più nera.

 

arneo 1     arneo 2

 

Centinaia di poliziotti furono chiamati a disperdere i contadini con lacrimogeni e fucilate.. ma imperterriti tornarono a riunirsi usando le loro biciclette. Negli anni 50 la bicicletta era una risorsa preziosa per i braccianti, come oggi l'auto per noi, anzi di più, visto che rappresentava l'unico modo per raggiungere le terre distanti anche decine di chilometri.

Le biciclette vennero incendiate. Si colpì, in questo modo, l'unica ricchezza di cui potevano disporre i poveri contadini: significò negare ogni speranza, costringerli a svegliarsi in piena notte per raggiungere le terre o, peggio, portarli alla fame. Questa fu la risposta dello Stato ad una richiesta di lavoro.

 

Dell'occupazione delle terre dell'Arneo, delle proteste, dei movimenti, ci è rimasta una bellissima testimonianza cantata:

 

Arneo

Sulle terre incolte d'Arneo

noi porteremo la vita ed il lavoro,

darem le terre a tutti coloro

a cui l'agrario per anni negò.

 

Per anni e anni noi fummo derisi

dai governi, dai preti e signori

che con i mitra ci tennero divisi

negando a noi il pane e il lavor.

 

Sulle terre incolte d'Arneo

noi porteremo la vita ed il lavoro,

darem le terre a tutti coloro

a cui l'agrario per anni negò.

 

Or nella lotta più forti noi siamo

Più con i mitra fermarci non potranno

Le terre incolte che noi conquistiamo

Noi contadini fruttarle farem.

 

Sulle terre incolte d'Arneo

noi porteremo la vita ed il lavoro,

darem le terre a tutti colorodarem le terre a tutti coloro

a cui l'agrario per anni negò.

 

E forte in faccia noi tutti gridiamo

e d'Arneo una voce innalziamo

non più cannoni, trattori vogliamo

e non più guerra ma pace e lavor

 

Il testo del canto che avete ascoltato è eseguito da Cosima Frassanito, di Veglie (LE). E' leggermente diverso da quello proposto, in quanto del medesimo canto si ritrovano diverse versioni. 

Di seguito un interessante docu-film in 6 parti di Luigi del Prete, dal titolo L'Arneide - lo stato fa la guerra ai contadinitratto da un articolo scritto dal poeta salentino Vittorio Bodini. Buona visione.

 

 

 


Mara l'acqua e Li muerti de la zappa

 

 

Mara l'acqua è un tipico canto di lavoro e amore che veniva eseguito mentre si prendeva l'acqua dalla fontana, seguendo il ritmo dettato proprio dalla fontana. Non è inusuale, nella società contadina, prendere il ritmo dai rumori più disparati.

 

Mara mara l'acqua

de la funtana mara mara

e ca se nun era e ca se nun era

e ca se nun era mara scia bivia.

 

Mare doi le onde de lu mare

lu mare doi

e ca è roba de 'ndacquare

tutti li toi.

 

Quantu t'amu e te voju a tie

mia bella quantu t'amu

e dumenaca dumenaca

te portu allu miu giardinu.

 

Te mosciu la chianta te mosciu

la chianta de lu verde ramu

e li pumetti ci caccia de oru finu.

 

Ci te 'ttaccau ci te 'ttaccau

li piedi cu nu veni

e ci tanta longa e ci tanta longa

e ci tanta longa parse la via.

Amara è l'acqua / della fontana / se non fosse amara / andrei a berla. / Amare e a due e a due / le onde del mare / e questa è roba per innaffiare / tutti i tuoi. / Quanto t'amo / e ti desidero bella / domenica ti porto / nel mio giardino. / Ti mostro la pianta / dal verde ramo / e i suoi fiori di oro fino. / Chi ti ha legato i piedi / per non farti venire / e così lunga / ti è parsa la strada.

 

 

Li muerti te la zappa è un breve canto eseguito sulla melodia del Valzer in cui l'esecutore bestemmia con ironia l'arnese di tanta fatica e auspica di non dover più lavorare in campagna.

Il canto fu scritto e interpretato da Agostino Fina, di Salice Salentino (LE), ancora vivente. La registrazione risale al 1977 e venne realizzata dal Collettivo di Ricerca Popolare di Salice Salentino, coordinato da Mimmo Perrone. 
Oggi è inserita nella raccolta "Canti di terra", a cura dell'Associazione culturale "Terre Neure" di Veglie (LE).

 


Fimmene fimmene, omaggio alle tabacchine

 

Fimmene fimmene
Fimmene, fimmene ca sciati allu tabaccu,
ne sciati doi e ne turnati quattru.
Ci te lu disse cu chianti zagovina,
Passa lu duca e te manda alla rovina.
Ci te lu disse cu chianti lu tabaccu,
lu sule è forte e te lu sicca tuttu
Ci te lu disse cu chianti lu salluccu
passa lu duca e bu lu tira tuttu.

Donne, donne, che andate a raccogliere il tabacco / andate in due e tornate in quattro. / Chi ve lo fa fare di piantare la zagovina / passa il duca e vi manda in rovinma. / Chi ve lo fa fare di piantare il tabacco / il sole è forte e ve lo secca tutto. / Chi ve lo fa fare di piantare il sallucco / passa il duca e ve lo strappa tutto.

 

In Salento vi era, una volta, una massiccia e variegata produzione del tabacco, basti pensare che la Manifattura Tabacchi di Lecce lavorava dagli 11 ai 12 mila quintali di foglia di tabacco prodotto nei terreni di quasi la metà dei comuni del Leccese.

E le varietà erano molte e di ottima qualità, tanto che il tabacco levantino veniva esportato in grandi quantità. Si ricordano, per esempio, le varietà di Xanthy Yaka, di Erzegovina (zagovina in dialetto) e di sallucco, queste ultime citate nel canto.

Tuttavia tra gli anni '60 e '70 i gusti dei consumatori erano cambiati, si preferivano le sigarette americane, massicciamente importate sin dopo la II guerra mondiale. Per di più il Monopolio di Stato aveva imposto al territorio determinate coltivazioni, da pagarsi a prezzi inferiori rispetto a quelli praticati in precedenza e, per di più, aveva vietato la coltivazione per uso personale.

Ora va detto che le varietà di tabacco sopra menzionate erano molto gradite ai coltivatori-fumatori, tanto che vi era una pratica per cui si prendeva una foglia di tabacco essiccata, si tagliava con un coltello in una determinata zona, ottenendo così del trinciato da mettere nella cartina che, arrotolata e chiusa con la saliva, si poteva fumare. E senza dubbio questo tabacco non conteneva le centinaia di sostanze cancerogene presenti nei tabacchi di oggi.

Per di più, vista la qualità elevata del tabacco levantino, vi era una forte domanda da parte dei consumatori, anche a seguito dell'introduzione delle sigarette americane, tanto che in Salento c'è stata, per un certo periodo, una produzione “illegale” dei tabacchi coltivati fino a quel momento. Ma, badate bene, “illegale” perché ad un certo momento è arrivata, dall'alto, una legge incomprensibile, a tratti ingiusta, e che avrebbe messo ancor di più in ginocchio l'economia di un territorio, posto che la coltivazione e la lavorazione del tabacco rappresentavano la più importante entrata economica in una famiglia.

Ecco spiegato il significato del canto. Le donne che coltivano il tabacco zagovina e salluccu e il duca (ossia l'uomo di legge, il capo della comunità, che qualcuno ha anche ipotizzato si trattasse del duce) che le sanziona oppure strappa via la coltivazione, mandandole in rovina.

Ecco spiegata anche la frase ne sciati doi e ne turnati quattru, in quanto il tanto, troppo, lavoro, non giustamente retribuito, spacca la schiena delle poveri lavoratrici.

 

piccola curiosità: in Salento si usa spesso, in tono ironico, il raddoppiamento di un numero per indicare una possibile perdita. Per esempio, se lasci l'auto aperta con le chiavi dentro, qualcuno potrebbe dirti: attenzione, casomai quandu torni ne troj ddoi! (attenzione, casomai quando torni ne trovi due!).
Tra l'altro, il quattro è un numero molto usato nei modi di dire dei salentini e dei leccesi in particolare. Espressioni come "facimu quattru passi" (facciamo quattro passi) o "t'aggiu dire quattru parole" (ti devo dire quattro parole), e tante altre, fanno capire come il quattro sia un numero privilegiato.

 

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