Il repertorio di canti popolari salentini è pieno di canti d'amore. A volte un canto è una dedica nei confronti dell'amato/a, altre volte alcuni versi d'amore s'inseriscono in un tema di più ampio respiro. Ad ogni modo quello dell'amore è sicuramente il tema principale nelle musiche popolari.
Legenda:
III. Le serenate
Un canto d'amore, dove vengono messe in risalto le bellezze della donna amata.
Canuscu ‘na carusa
Canuscu ‘na carusa tunna e beddha
vicinu casa mia staie te casa.
Iddha se chiama Nina e tene l’occhi
ca ci li guardi tie, te ne ‘nnamura
E’ propriu cusi beddha comu na stiddha
e ci uliti la vititi eccula quai.
Oh Nina, ci me piaci quannu balli,
ca comu balli tie, jeu essu pacciu.
Oh Nina, li capiddhi rizzi e niuri
la notte me li sonnu su lu cuscinu.
Iou tegnu na chitarra tutta rotta
ca quannu balli tie ca meju sona
Oh Nina, quannu tocchi lu strumentu,
felice sinti tie e jeu cuntentu.
Però amici mei c’è dispettusa
jeu ne la mannu dire e iddha nu ‘mbole.
Oh Nina, chiui te guardu e chiui me piaci,
ca cu ddhe mosse toi, tie me scuncassi.
Oh Nina, te lu ticu a ‘nanzi tutti
ca jeu te oju bene cu te sposu.
Oh Nina, ci me sentu quannu te visciu,
lu sangu s’a massatu pe la bile.
Oh Nina, ci me sentu cu ballu cu tie,
lu sangu se scumpija pe l’amore.
Conosco una ragazza, tonda e bella / abita vicino a casa mia. / Si chiama Nina e ha gli occhi / che se li guardi, te ne innamori. / E' proprio così bella come una stella / se volete vederla, eccola qui. / Oh Nina, quanto mi piace quando balli / che per come balli, io divento pazzo. / Oh Nina, i tuoi capelli ricci e neri / li sogno la notte sul cuscino. / Io tengo una chitarra tutta rotta / ma quando tu balli, lei suona meglio. / Oh Nina, quando tocchi lo strumento / tu sei felice e io contento. / Però amici miei, che dispettosa / io glielo mando a dire, ma lei non vuole. / Oh Nina, più ti guardo e più mi piaci / che con le tue mosse tu mi sconquassi. / Oh Nina, te lo dico davanti a tutti / che ti voglio bene e voglio sposarti. / Oh Nina, come mi sento quando ti vedo / il sangue si è ammassato per la bile. / Oh Nina come vorrei ballare con te / il sangue si scompiglia per l'amore.
Salta subito all'occhio, leggendo il testo, la ricorrente esclamazione “Oh, Nina”, quasi come un sospiro, un moto di gioia nel parlare della donna amata. Un altro elemento importante è il rapporto tra l'amore verso la donna e gli stati fisici (lu sangu s'a massatu pe la bile, lu sangu se scumpija pe l'amore), proprio ad indicare che l'amore verso la donna è tanto profondo da provocare scuotimenti fisici, come, parafrasando, le famose “farfalle nello stomaco” quando si parla, oggi, di un amore intenso e profondo.
Da notare anche il doppio senso, molto utilizzato nella poesia e nei canti popolari: Oh Nina, quannu tocchi lu strumentu, felice sinti tie e jeu cuntentu.
E anche l'elemento del ballo è molto ricorrente nel canto. Perché il ballo rappresentava, nella società contadina, uno dei pochi momenti in cui l'uomo poteva entrare a contatto con la donna senza esporsi particolarmente con la sua famiglia.
I momenti di festa, in cui si ballava la pizzica-pizzica, erano quindi un ottimo modo per “sondare il terreno” e per mostrare, spesso attraverso il ballo, l'interesse dell'uomo nei confronti della donna. O viceversa.
Ecco che la pizzica-pizzica poteva essere un ballo di corteggiamento. Ma non necessariamente il ballo di corteggiamento, come oggi si suole credere.
Di seguito un altro canto, anche questo di straordinaria capacità evocativa, con al cento il tema del rapporto tra uomo e natura, in cui si ringrazia chi ha creato il mondo e si elencano le bellezze del mondo, della natura, ma non manca la menzione delle bellezze della donna amata.
Sia benedettu ci fice lu mundu
Sia benedettu
ci fice lu mundu
comu lu sippe bellu a situare.
Fice la notte poi fice lu ggiurnu
e poi l'ha fattu criscere e mancare.
Fice lu mare tantu cupu e fundu
ogni vascellu
pozza navigare.
Fice lu sole e poi fice la luna
poi fice l'occhi de la mia patruna.
Fice lu sole poi fice na stella
poi fice l'occhi toi cara mia bella.
Sia benedetto / chi ha fatto il mondo / come lo ha saputo ben posizionare. / Fece la notte e poi fece il giorno / e poi l'ha fatto sorgere e tramontare. / Fece il mare tanto cupo e profondo / in modo che ogni nave / potesse navigare. / Fece il sole e poi fece la luna / poi fece gli occhi della mia padrona. / Fece il sole poi fece una stella / poi fece i tuoi occhi cara mia bella.
Notate la presenza della sola voce, “gracchiante” e ritmata? Questo è un tipico canto a para uce.
Un canto d'amore breve ma struggente che fa capire tutta la sofferenza della donna per un presunto tradimento.
E dimmi dimmi
E dimmi dimmi di dove sei entrato
e di quello finestrino
dove tu mi hai insegnato.
E quando entrai e la viddi sola
stava a letto pe malata
faceva compassione.
E me minai e le desi un bacio
e dese nu gridu forte
dicendo traditore.
E non son io no quel traditore
e sono quel giovanotto
se vuoi fare l'amore.
E dimmi dimmi da dove sei entrato / e da quella finestrella / che tu mi hai mostrato. / Quando entrai e la vidi sola / era a letto e stava malata / faceva compassione. / Mi buttai e le diedi un bacio / lei gridò forte / dicendo traditore. / Non sono io quel traditore / sono quel giovanotto / se vuoi fare l'amore.
Quello del tradimento può essere considerato un archetipo del rapporto uomo/donna, qui messo in evidenza.
Non era inusuale, una volta, passeggiando per le strade di un qualsiasi paese del Salento, assistere ad una serenata, un canto d'amore fatto dall'uomo sotto la finestra della bella amata.
E così il pretendente si lanciava in un appassionato canto d'amore, magari accompagnato da amici con i loro strumenti musicali. Spesso ad assistere alla serenata c’erano i vicini, passanti o addirittura i parenti dei due amati. Era questo un modo per rendere pubblico l'amore nei confronti della donna.
A volte, però, per i motivi più disparati – l'astio della famiglia della donna nei suoi confronti, il timore di essere rifiutati, ecc. - l'uomo si rivolgeva a terzi, diciamo a gente “del mestiere”, che cantava al suo posto. E, magari, il pretendente osservava le reazioni della donna di nascosto...
Ancora oggi è possibile, in casi sempre più rari, assistere a qualche serenata.
Una delle più belle serenate è
Damme nu ricciu
Damme la manu de sutta lu cippune
e tie de calandra e ieu de calandrune
e tie de calandra e ieu de calandrune
e damme la manu e stringimela forte
e fino alla morte e nu me bbandunare
e fino alla morte e nu me bbandunare
e damme nu ricciu e de li toi capelli
son ricci e son belli
m’han fatto innamorare
son ricci e son belli
m’han fatto innamorare
e vene lu ientu e li fa comparire
a cannoli d’oro a cannoli d’argento
ca per amare a ttie a ttie quante ne sentu
Dammi la mano da sotto la vite / tu da ”calandra” ed io da ”calandrune” / tu da ”calandra” / ed io da ”calandrune”. / Dammi la mano e stringila forte / fino alla morte e non mi abbandonare / fino alla morte e non mi abbandonare. / Dammi un riccio dei tuoi capelli / son ricci e son belli / mi fanno innamorare / son ricci e son belli / mi fanno innamorare. / Viene il vento e li fa sembrare / pesciolini d’oro e pesciolini d’argento / che per amare te, quante ne sento.
| La calandra è un fischietto locale fatto di terracotta riempita d'acqua, il cui fischio riproduce il canto degli uccelli, ma la calandra è anche il nome di un uccello simile all’allodola (da cui il modo di dire “canta come una calandra”), però il termine ha altri significati. Il primo è una macchina industriale costituita da cilindri rotanti a contatto, attraverso i quali si fanno passare i materiali da lavorare; il secondo è la parte anteriore verticale di un’automobile, o anche la carenatura che copre il motore dei fuoribordo. |
Due canti a cavallo tra i canti d'amore ed i cosiddetti canti marinareschi. Entrambi hanno come tema il mare e l'amore. Uno molto conosciuto, l'altro un po' meno.
Lu rusciu te lu mare
Na sira passai pe le patule
e 'ntisi le ranocchiule cantare
comu cantane beddhre a una a una
pariane lu rusciu te lu mare
lu rusciu te lu mare è tantu forte
la fija te lu re se tae la morte
iddhra se tae la morte, ieu la vita
la fija te lu re sta se marita
iddhra sta se marita, ieu me 'nzuru
la fija te lu re porta nu fiuru
iddhra porta nu fiuru, ieu na parma
la fija te lu re se nnae la Spagna
iddhra se nnae la Spagna, ieu 'n Turchia
la fija te lu re la zita mia.
Una sera passai per le paludi / e vidi le rane cantare / come cantavano bene una a una / sembravano il rumore del mare / il rumore del mare è così forte / la figlia del re prova ad uccidersi / lei prova ad uccidersi ma io continuo a vivere / la figlia del re si sposa / lei si sposa e io anche / la figlia del re porta un fiore / lei porta un fiore e io una palma / la figlia del re se ne va in Spagna / lei se ne va in Spagna e io me ne torno in Turchia / la figlia del re, la mia fidanzata.
Siamo intorno al 1500 e Gallipoli appartiene agli Aragonesi, insomma, agli Spagnoli. Questo è un periodo turbolento per le città di mare, e dunque anche per Gallipoli, perché è un periodo di continui attacchi saraceni.
Chissà che uno di questi turchi, sbarcato a Gallipoli, non avesse conosciuto una nobildonna spagnola, probabilmente figlia di un fiduciario del re di Spagna, che governava la città di Gallipoli e non se ne fosse innamorato. E chissà che il fiduciario del re, scoperta la tresca, non avesse subito rimandato a casa la figlia, ricoperta di vergogna per essersi innamorata di un infedele (siamo in pieno periodo di inquisizione...).. e lei non avesse provato ad uccidersi per amore, mentre il soldato...tornato in Turchia, non avesse serbato nel cuore questo canto d'amore, rimasto per secoli nelle orecchie dei gallipolini.
Il secondo brano è una vera perla, sia per la dolcezza delle sue parole sia per il richiamo alla gioventù e all'amore, con sottofondo il tema del mare.
Oggi è pressoché impossibile ascoltarlo nelle piazze, perché di questo canto se n'è persa quasi del tutto la memoria. Solo pochi ed accorti musicisti lo interpretano ancora, mentre la grande maggioranza di gruppi di riproposta ne ignora persino l'esistenza.
Comu è bellu cu bbai pe mare
Com'è bellu cu bbai pe mare
nerisciannu a misa te sule
quannu la carusa ole
ci piacere ci 'nci sta.
Com'è bellu cu faci li bagni
allu lidu di San Giovanni
tutti e doi tenimu vint'anni
ci piacere ci 'nci sta.
Com'è bellu cu bbai pe mare
allu scogliu te lu cannitu
quiddhru musu è sapuritu
ci piacere ci 'nci sta.
Com'è bello andare per il mare / diventando nero sotto il sole / quando la ragazza vuole / che piacere che è. / Com'è bello fare i bagni/ al lido di San Giovanni / entrambi abbiamo vent'anni/ che piacere che è. / Com'è bello andare per mare / allo scoglio del Canneto / quel tuo muso è saporito / che piacere che è.
Le parole utilizzate sono delle vere e proprie figure poetiche (purtroppo la traduzione non rende mai l'idea della costruzione poetica del canto) che, su una base ritmica e melodica del valzer, danno un vero e proprio senso di pace e tranquillità.
Di seguito un bellissimo canto alla stisa, ad una sola voce, con a tema l'amore misto a invettiva, per la donna che non vuole aprire le porte all'amato.
Donna ci stai alle cambare 'nzarrata
Donna ci stai alle cambare 'nzarrata
E iu stau qua ffore e ccoju le friscure.
Lu chiovere me pare n'acqua rosata
e lu nivicare nu campu de fiori.
Lu derlampare na 'lettricitata
e lu tronicare musiche d'amore
Mo scerne bella se me porti amore
e Cristu trona e derlampa e iu qua ffore.
Mo scerne Nenna se me porti affettu
e Cristu trona e derlampa e quai te spettu.
Donna che sei chiusa nelle tue camere / e io resto qua fuori e busco i freddi. / La pioggia mi sembra un'acqua rosata / la neve un campo di fiori. / I lampi luce elettrica / e i tuoni musiche d'amore. / Ora si vede, bella, se mi porti amore / Cristo tuona e lampeggia e io qua fuori. / Ora si vede, Nenna, se mi porti affetto / Cristo tuona e lampeggia e io qua ti aspetto.
Chi ha scritto questo canto era un poeta. Era in grado di giocare con le parole e di trasformare una cosa negativa (il freddo, i lampi e tuoni, la pioggia) in qualcosa di assolutamente positivo, tanto è l'amore e il desiderio di vedere la donna amata.