CAPITOLI
I. Introduzione
I. Gli archetipi e le influenze culturali
II. Il tarantismo, tra letteratura e supposizioni
III. Perché "taranta"? Che significa questo nome?
Il più importante studioso del fenomeno, Ernesto De Martino, nella sua celebre opera La terra del rimorso, sostiene che il tarantismo ha avuto origine tra i secoli IX e XIV, ossia tra il periodo di espansione mussulmana nel Mediterraneo e il ritorno della cultura occidentale.
De Martino, attraverso la ricerca sul campo e lo studio della letteratura legata al tema del tarantismo, ha collocato le origini del fenomeno in pieno medioevo, senza però trascurare i forti legami intercorrenti tra alcune pratiche sciamaniche dell'Africa settentrionale e altre pratiche molto simili al tarantismo, in Sardegna e Spagna, che avevano con il fenomeno salentino forti affinità, legate soprattutto al tema della musica e della danza come esorcismo del morso avvelenatore di una specie animale miticamente riplasmata.
Basti qui ricordare che nella tradizione sarda, l'argia è un animale, simile ad un ragno, che quando morde provoca alla persona uno stato di malessere curabile con le musiche e i canti.
Analogamente, in Spagna esisteva un fenomeno simile al tarantismo, tanto che lo studioso Sebastian Covarrubias, nel 1611, scriveva in rifertimento alla tarantula: "se cura al son de instrumentas, porqué el paciente moviéndose al compàs del son, disimula su mal" ("si cura con il suono degli strumenti, perché il paziente muovendosi al ritmo dei suoni, nasconde il suo male", da qui le affinità con il morso e il rimorso).
Gli archetipi e le influenze culturali
I fenomeni umani, nella storia, sono stati così multiformi e complessi da rendere difficile la comprensione delle origini. Gli spostamenti, poi, hanno favorito il mischiarsi delle conoscenze, dei riti, dei miti, tanto che ogni cultura è condizionata da un'altra.
Per esempio, è innegabile che la cultura cosiddetta occidentale è stata condizionata in qualche modo da quella islamica, se pensiamo che la cravatta, simbolo per eccellenza dell'eleganza occidentale, è di provenienza araba, così come i numeri, che hanno soppiantato la complicata numerazione romana. Ma gli esempi si possono moltiplicare. Ci basti qui pensare che nessuna cultura può definirsi pura e tutte le fenomenologie umane hanno qualcosa in comune, anche a notevoli distanze geografiche.
Poi non possiamo trascurare quel complesso di conoscenze preesistenti e primitive di un pensiero, tra cui spiccano le paure, chiamato archetipo, che caratterizza l'uomo da sempre, fin dalla sua nascita, insomma, un complesso di conoscenze primitive che hanno influenzato il rapporto tra l'uomo e la natura, tra l'uomo e la divinità. Ogni popolo conosce una sua divinità, che non coincide spesso con il concetto di Dio, ma può coincidere a volte con il concetto di simbolismo di matrice religiosa.
Il simbolo del ragno, per esempio, ha sempre stimolato l'immaginario umano, tanto da entrare a pieno titolo nelle religioni dei vari popoli che hanno abitato il mondo sin dalle origini.
Pensate alla mitologia africana o anche a quella dei Cherokee Nordamericani, dove si racconta che un ragno, assunte le sembianze umane, porta il fuoco dal cielo agli uomini, creando, così, la prima civiltà, o pensate ad alcuni popoli indiani, dove il ragno rappresenta l'ordine cosmico, contrapposto al caos, perché tesse perfettamente la sua tela, creando figure geometriche lineari e armoniose.
Dunque il rapporto tra l'uomo e il simbolo del ragno può essere definito un rapporto primitivo e archetipico.
Il tarantismo, tra letteratura e supposizioni
La letteratura studiata dal De Martino (Sertum Papale de venenis di Guglielmo De Marra del 1362, Historia Sicula di Goffredo Malaterra del 1604, ecc.) ci racconta che il morso di un ragno provoca nei malati uno stato di prostrazione curabile solo con i suoni, con melodie diverse a seconda del tipo di ragno e della personalità del soggetto curato. Dunque il fenomeno, raccontato sin dal XII secolo, ha già una sua struttura, un suo simbolismo ben radicato e una diffusione territoriale. Tutti elementi che ci fanno pensare che il tarantismo fosse pienamente operante già prima del medioevo.
Inoltre non si può trascurare che pochi decenni fa è stata scoperta, a Porto Badisco (Otranto), una grotta risalente al neolitico, sulle cui pareti vi sono circa 3000 segni lasciati dall'uomo, fatti con guano di pipistrello e ocra rossa.
Tra questi segni uno in particolare assume una particolare importanza per la rivalutazione del tarantismo quale fenomeno dalle antiche origini: la Divinità danzante (chiamata anche scimietta o sciamano), la quale è stata disegnata nell'atto del ballare, con due serpentelli tra le gambe. Torna il concetto del serpente (che morde) e dell'uomo (che balla). Sarà un caso?
Ovviamente questi disegni, ancora in fase di studio, non spiegano le origini del tarantismo. Queste sono solo brevi supposizioni, teorie che non trovano riscontro negli studi sinora effettuati, ma possono darvi l'idea dell'antichità del fenomeno. Come il mito di Arakne. Arakne è ragno. Nell'antica Grecia era simbolo di eccellenza delle capacità umane misto a tracotanza. Di bene e di male. Di operosità e di elevazione al rango di un dio, un dio che, però, punisce l'uomo e lo rende schiavo del suo lavoro, lo costringe a tessere e ritessere la tela del ragno per tutta la vita. Vedete questi elementi? La punizione? Il tessere e ritessere, operazione tipica del ragno? Ebbene hanno una vaga somiglianza con il tarantismo come punizione (o autopunizione) per un male fatto o subito, storico o attuale, collettivo o personale, e il mordere e rimordere, elemento tipico del tarantismo, per cui il ri-morso non è altro che un morso che si ripete a cadenza annuale, che fa ricordare al tarantato la sua condizione di essere duale, sempre in bilico tra bene e male, tra operosità e velenosità, per cui l'uomo, assunte le vesti del ragno, balla e si dimena in una sorta di liberazione e ribellione alle imposizioni divine, per poi tornare ad acquietarsi, a diventare laborioso.
Del resto è risaputo che il maschio della Lycosa Tarentula (quella che viene generalmente associata al ragno che morde), durante il corteggiamento effettua anche alcuni passi di danza, come è risaputo che la cosiddetta vedova nera, il Latrodectus mactans, uccide il maschio subito dopo l'accoppiamento.
In aggiunta a ciò va detto che Padre Atanasio Kircher, un gesuita vissuto nel '600, raccontò di un esperimento singolare che coinvolgeva un ragno vero e proprio. Scrisse, difatti, che nel palazzo ducale di Andria, la duchessa volle che una taranta fosse catturata e posta in una vaschetta colma di acqua. All'incalzare dei suoni, la taranta iniziò a muoversi e ad eseguire un vero e proprio ballo, che interrompeva ogni qual volta ma musica si fermava.
Vera o no che sia questa storiella, vedete quanti legami vi sono tra la figura ragno, la donna, l'amore, la morte e il ballo come forma di guarigione-corteggiamento? Queste figure sono essenziali per la comprensione delle origini del fenomeno, perché trovano riscontro nell'atavico concetto di paura/amore del ragno, per cui l'uomo adotta dei comportamenti inconsci atti ad imitare/allontanare il ragno. Non è un caso che Arakne fosse donna, che la maggior parte dei tarantati fosse di sesso femminile e che la Dea che ha trasformato Arakne in ragno fosse, appunto, donna. L'elemento femminile è essenziale non solo per comprendere il fenomeno del tarantismo e la mitologia ad esso legato, ma anche per comprendere il simbolismo archetipico che sta dietro la figura femminile. La donna come ragno che cattura le sue prede e, in alcuni casi, le uccide. La donna come essere divino, simbolo di bene e di male. Non a caso gli dei della saggezza e della discordia sono donne: Atena ed Eris. Per non parlare poi della madre-terra, chiamata nella mitologia greca Gea, una donna (mentre Demetra, sempre donna, era la dea della fecondità della terra).
Il tarantismo è stato spesso bollato come isterismo, possessione demoniaca o più semplicemente come malattia. Anche oggi giorno. Anche nonostante gli studi condotti dal De Martino e altri autori contemporanei. Ma non è così semplice. Ridurre il tarantismo a malattia significa impoverire un istituto, una complessa trama fatta di miti e riti, credenze, leggende, assunti dalla collettività e assimilati nei millenni di storia, come una semplice forma di sfogo o, peggio, di sofferenza personale. Ma la sofferenza personale, qui, è la sofferenza di un popolo misto a tanti popoli. E' la sofferenza accumulata nella storia e che, con il tarantismo, trova l'esternazione di un male millenario, il perpetrarsi di un rito, una possibilità di redenzione, di purificazione, di equilibrio tra il ragno-negativo e il ragno-positivo.
Perché "taranta"? Che significa questo nome?
La prima fonte che ci viene in soccorso è il De Tarantula di Giorgio Baglivi, ove leggiamo che il termine fu preso probabilmente dalla città di Taranto, dove il fenomeno del tarantismo fu conosciuto già da greci e romani. Taranto, difatti, era una importantissima colonia dapprima greca e poi romana, ed in quella città il fenomeno fu maggiormente conosciuto perché frequentata da nobili, commercianti e soldati prima greci e poi romani, quindi molto trafficata e meta di gente proveniente da ogni dove.
Secondo la mitologia, Taranto fu fondata da Taras, figlio di Poseidone e della ninfa Satyria nonché genero del celebre Minosse. Taras, prima di allontanarsi da casa disse a suo padre: “aspetta 5 minuti che mo' arrivo” e si diresse a sulla costa jonica per fare un sacrificio in suo onore e fargli così una sorpresa, quando gli apparve un delfino.
Al ché disse “quest'apparizione è di buon auspicio, quasi quasi mi fondo una bella città” e fondò Saturo che poi fu chiamata Taranto dagli spartani, proprio in onore di Taras, i quali, tanto per cambiare, tolsero quel posto agli Iapigi, il popolo che viveva da sempre in quella zona.
Ma a leggere il vocabolario greco-italiano, si vede che oi tarantinoi vuol dire lanciatori di giavellotti e, se vi ricordate, i Messapi (cugini degli Iapigi), erano grandi lanciatori di giavellotti, quindi è probabile che il nome sia preso da loro, o meglio, dalla loro specialità.
Invece secondo la Historia Sicula di Goffredo Malaterra (1604), il termine taranta è omofono con Atalanta, mitica campionessa di corsa (ancora donna!), tanto che, per quanto era veloce, riusciva pure a correre sull'acqua, questo perché la Lycosa tarentula è un ragno velocissimo, come la mitica Atalanta.