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Origini storiche della riscoperta

CAPITOLI

I. Gli anni '60

II. Gli anni '70

III. Gli anni '80 - '90

IV. Il bisogno di etnico e le risposte del Salento


 

Gli anni '60

Iniziamo la storia da quando Ernesto De Martino lasciò il Salento. Era il 1959. Leggendo la storia del Salento sappiamo che gli anni a venire sarebbero stati alquanto difficili per la popolazione salentina, tanto che l'emigrazione divenne un vero e proprio fenomeno di massa. Migliaia di salentini andarono in ogni dove alla ricerca di un lavoro e di migliori condizioni di vita. E quindi, giocoforza, si allontanarono dal loro contesto culturale di origine. Quelli che rimasero subirono l'influenza di quella che tutti gli storiografi concordano nel definire una vera e propria svolta epocale: il boom economico degli anni '60. Certo il boom in Salento, come in tutto il Meridione, si sentì poco a livello economico, ma alcuni suoi simboli iniziarono a diffondersi anche qui, tra cui la televisione. Giocoforza, i modelli culturali trasmessi dalla TV (in primis il modello americano diffuso da showman come il pugliese Renzo Arbore) vennero interpretati come elementi di progresso, contrapposti alla cultura popolare, simbolo di regresso e di un cattivo passato da dimenticare; un passato che si sentiva comunemente legato alle sofferenze, alla miseria, alla fame, al dolore. Mentre la TV trasmetteva un senso di gioia, di ricchezza, di allegria, con modelli culturali diametralmente opposti a quelli di matrice contadina.

Nel frattempo avvennero due abbandoni importanti: il progressivo abbandono delle terre e il progressivo abbandono del tarantismo, ormai privo dei suoi elementi simbolici e del suo contesto (la civiltà contadina). Insomma, il tarantismo venne condannato dalle nuove generazioni, sempre più attente alle nuove proposte culturali e sempre meno interessate ad apprendere dai padri le storie, i canti e i suoni della tradizione (molti di questi oggi suonano la pizzica nelle piazze...). I padri, preso atto di ciò, iniziarono un vero e proprio fenomeno di ritiro a vita privata, tanto che gli stessi ricercatori di musiche popolari ebbero difficoltà a rinvenire momenti di canto collettivo, fino a qualche anno prima molto diffusi in ogni contesto, da quello familiare a quello pubblico.

Ma non tutti erano così. C'erano personaggi che tenacemente continuavano a cantare, a suonare, a raccontare storie, a produrre strumenti musicali, ma erano pochi e lo facevano per lo più in contesti privati e per passione.
Grazie a queste persone, come Uccio Aloisi, Uccio Bandello, Giovanni Avantaggiato, Luigi Lezzi, Mesciu Ninu Sancesareo, etc. e grazie ad un pugno di giovani con la passione per le cose vecchie (tra cui si possono ricordare Luigi Chiriatti, Rina Durante, Roberto Raheli, Roberto Licci, Alessandro Girasoli, etc.), iniziò il fenomeno della riscoperta.

 

Gli anni '70

La differenza rispetto alla semplice riscoperta sta nel fatto che alcuni di questi giovani riscoprirono i canti in chiave politica.
Siamo già negli anni '70. Anni di fervore politico, di movimenti, di contestazioni, di ideologie che ormai pervadevano le menti e i cuori di molti giovani: il comunismo e il socialismo.
Il Salento vide molti giovani impegnarsi per realizzare questo nuovo modello politico. Alcuni di questi, provenienti dagli ambienti musicali, iniziarono, sulla scorta di esperienze di altre regioni italiane, il recupero di molti canti popolari, manipolandoli al punto tale da renderli politicizzati e funzionali a creare una vera e propria coscienza di classe in chiave antiborghese.
Non tutti però avevano finalità politiche. Molti giovani iniziarono una vera e propria opera di ascolto e trascrizione dei canti popolari (da quegli anziani che ancora si prestavano a queste operazioni) con l'unica finalità di recupero della memoria storica.
Insomma, da questa multiforme ed eterogenea congerie culturale, nacque, sull'onda del successo del Nuovo Canzoniere Italiano (nato nel 1962 a Milano da intellettuali e musicisti tra cui si ricorda Gianni Bosio e Giovanna Marini) dapprima il Gruppo Folk Salentino, poi il Nuovo Canzoniere del Salento ed infine il Canzoniere Grecanico Salentino.

Se oggi si suona nelle piazze la pizzica-pizzica è soprattutto merito loro.

Gli anni '80 - '90

Nel corso degli anni alcuni componenti abbandonarono il gruppo, incontrando altri appassionati di musiche popolari, tanto che nacque un altro gruppo: il Canzoniere di terra d'Otranto. E siamo negli anni '80. Altri s'aggiunsero, altri abbandonarono, tanto che dall'esperienza del Canzoniere si svilupparono nuovi gruppi, tra cui gli Aramirè e l'Officina Zoè.

E così iniziò lentamente e progressivamente un vero e proprio fenomeno di folk-revival, che negli anni '90 iniziò a prendere forma, ma questa volta in chiave non politica, bensì di contrapposizione (spesso non consapevole) ad un modello emergente: la globalizzazione, nonché di orgogliosa proposizione delle proprie identità.
Il 9 novembre 1989 crollò il muro di Berlino. Simbolicamente il comunismo era finito (in Italia sarebbe finito a breve) e il modello americano dilagava in Europa. L'America, uscita pressoché vittoriosa sul fronte della “conquista” dell'Europa, proponeva i suoi prodotti culturali: hamburger, coca cola e film d'azione sostituirono presto frise, vino, cunti e canti.
Dunque per capire meglio il fenomeno locale di riscoperta non possiamo trascurare i fatti internazionali, perché, come ben sapete, il local è legato al global, e quindi i fenomeni internazionali si ripercuotono su quelli locali.
Già nel 1989 l'UNESCO, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, con la sua Raccomandazione sulla salvaguardia della cultura e del folklore, stabilì una serie di punti programmatici per attuare politiche statali ad ampio spettro di intervento di salvaguardia delle tradizioni orali, familiari, regionali, etniche, etc. Ciò a dimostrazione del fatto che, a livello internazionale, si sviluppò un movimento di pensiero contrapposto a quello nascente di globalizzazione. Insomma, l'UNESCO fu un vero e proprio pioniere della tutela della cultura popolare, già in tempi non sospetti.
Ma l'Italia (per fare l'esempio più illustre, visto che vanta il più grande patrimonio culturale del mondo intero) colse gli obiettivi dell'UNESCO solo nel 2009, quando decise di rinnovare (anche se non incisivamente) il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.
Va attribuita all'UNESCO la capacità di aver interpretato i segni di un cambiamento epocale e di averli tradotti in azioni di tutela delle diversità culturali, oggi a rischio di estinzione proprio a causa dell'omologazione culturale prodotta dalla diffusione planetaria di modelli culturali forti. Se vi capita, leggete lo scritto del costituzionalista pisano Alessandro Pizzorusso, (in Diritto della Cultura e principi costituzionali, Quaderni costituzionali, Vol. II, 2000), il quale sostiene che occorre una forte tutela, da parte delle istituzioni, nei confronti dei prodotti culturali interni riguardo la produzione di massa e culturalmente povera proveniente da paesi che ci dominano culturalmente.

Il bisogno di etnico e le risposte del Salento

In contrapposizione al sistema di globalizzazione, oggi a livello planetario è in atto un vero e proprio fenomeno di riscoperta delle tradizioni locali, tanto che diversi studiosi di antropologia e sociologia hanno parlato di bisogno di etnico, ossia di una forte necessità di scoprire le diversità, le peculiarità dei popoli del mondo.
Il Salento si è trovato in qualche modo al centro di questo fenomeno di riscoperta, per numerosi motivi.
Il primo è il profondo senso di identità del popolo salentino. In ogni parte d'Italia o del mondo il salentino è orgoglioso di essere tale. Dunque la promozione turistica avviene sempre dal basso. Se avete amici salentini, avrete sicuramente ricevuto più di un invito a visitare il Salento.
Il secondo è legato alla musica, si ma non a quella popolare, a quella reggae. Il reggae, genere musicale conosciuto nel mondo, è stato in qualche modo influenzato, in Italia, da un gruppo tutto salentino: i Sud Sound System, un gruppo musicale che dimostra una profonda conoscenza del territorio e delle sue dinamiche ed impegnato a difendere le radici culturali del Salento, ma soprattutto coraggioso, per la (difficile) scelta di cantare in dialetto, una scelta che però ha portato al suo successo e alla diffusione del dialetto salentino. 
Altri esempi potrebbero coinvolgere il calcio, l'arte (numerosi salentini sono apprezzati nel mondo, come Tito Schipa, Carmelo Bene, ma anche i contemporanei Vincent Brunetti o Vito Mazzotta, etc.), ma un esempio significativo si può trovare nella cinematografia, che proprio negli anni '90 coinvolse il fenomeno del tarantismo, con il film Pizzicata di Edoardo Winspeare, il quale vide la partecipazione di alcuni dei grandi personaggi della musica popolare, come Uccio Aloisi, Uccio Bandello e Pino Zimba.
Successivamente lo stesso Winspeare propose al grande pubblico il film Sangue Vivo, un film difficile, sia per lo sfondo in cui operavano i personaggi (il Salento degli anni '90) sia perché totalmente parlato in dialetto con i sottotitoli in italiano. Nonostante ciò, ebbe un successo inaspettato su tutto il territorio nazionale, anche grazie alle straordinarie musiche composte dal gruppo Officina Zoè

Nel frattempo iniziarono i primi concerti di gruppi di musica popolare salentina anche fuori dal territorio pugliese, a motivo delle sempre più numerose richieste di musica etnica, poiché in tutta Italia iniziarono a fiorire festival di musica popolare, come la celebre Isola Folk di Bergamo, nata nel 1991, il festival di musica popolare di Forlimpopoli nato nel 1986 o il Pisa Folk Festival, nato nel 2001 per volere di un gruppo di ragazzi universitari appassionati di musiche e culture popolari. 

Ma un festival tra tutti ha catturato l'attenzione del grande pubblico, dei media e della critica internazionale, diventando persino oggetto di studi accademici. La Notte della Taranta.

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