CAPITOLI
II. L'autonomia simbolica del tarantismo
III. I rimedi alla malattia del tarantismo
IV. Gli strumenti musicali utilizzati nella terapia musicale del tarantismo
VI. Altri oggetti usati nel rituale curativo
E' sempre difficile, quando ci si avvicina ad un argomento come quello del tarantismo, darne una definizione, anche perché difficile è capirne le origini, le cause, la sua interazione con la storia personale e collettiva del popolo salentino.
Anzitutto, per usare le parole di Ernesto De Martino, il tarantolismo è un fenomeno che ha a che fare con il morso del ragno, di cui la Lycosa tarentula è la specie più diffusa nelle campagne salentine, mentre il tarantismo richiama l'elemento simbolico del ragno.
Non è chiaro, vero? Non importa, continuando a leggere, questo concetto apparirà più chiaro.
Iniziamo col dire che fenomeni simili al tarantismo si sono riscontrati, nella storia, in molti altri popoli e territori, a partire da tutto il Meridione, tant'è che la tarantella altro non è che la musica del piccolo ragno, e, come sappiamo, esistono tarantelle in Calabria, Sicilia, Lucania, Campania, a dimostrazione del fatto che il simbolo della taranta operava anche in quei territori; ma anche altri popoli hanno conosciuto il tarantismo, come quello spagnolo, sardo e toscano. Tuttavia è in salento che il tarantismo si è caratterizzato come un fenomeno peculiarissimo, diffuso, contornato da miti e leggende, sviluppato intorno a figure pagane e religiose, simbolicamente autonomo nonché giunto nelle nostre memorie anche grazie ai tanti studiosi che ne hanno conservato traccia.
Il tarantismo è un fenomeno dalle antichissime origini, secondo alcuni si può collocare nel mondo greco e magnogreco, ma anche in quello messapico autoctono. E' caratterizzato da un elemento simbolico: il ragno. Secondo la mitologia e la credenza popolare, il ragno pizzicava le donne e gli uomini intenti a lavorare nei campi, ma anche in altri momenti della giornata, e, a causa del suo morso, l'uomo o la donna cadevano in uno stato di prostrazione, di annichilimento, di torpore, come in una sorta di vuoto interiore, di disinteresse verso il mondo esterno, insomma, di apatia e noia verso sé e le cose che gli stavano intorno, tanto da impedirgli qualsiasi attività umana, dal lavoro alla socializzazione. Altri tarantati, invece, si sentivano spezzati, schiantati, minuzzati, rotti, tramazzati, in altre parole fisicamente e mentalmente distrutti.
L'autonomia simbolica del tarantismo
Attenzione, perché a mordere non è solo il ragno. L'autonomia simbolica del tarantismo è tanto operante quanto il morso può provenire da diverse fonti, in particolare da serpenti, scorpioni, lucertole, ma anche da un semplice ago.
Pensate che gli scorpioni sono uno dei nove ordini degli Aracnidi, difatti in alcuni paesi del Salento il ragno viene chiamato, in dialetto, scarpione, mentre il geco, una sorta di lucertola che oggi popola massicciamente il territorio salentino (e che trova riscontro, non a caso, nell'arte di Gaudì, celebre architetto spagnolo), viene definito scientificamente come Tarentula mauritanica, dunque entrambi gli animali sono strettamente legati alla figura del ragno.
Il ragno allora può essere considerato una figura mitologica, che nell'immaginario collettivo assume un simbolismo tale da essere assurto ad animale responsabile del male umano. Vedremo più avanti il perché, o almeno uno dei tanti perché.
I rimedi alla malattia del tarantismo
Sappiamo che nel corso del tempo si è sviluppato una sorta di antidoto alla malattia del tarantismo. La medicina era inerme nei confronti del morso del ragno, i medici scuotevano il capo desolati quando si presentava avanti a loro un tarantato, non sapendo che fare, come curarlo, anche perché si scoprì che il morso vero e proprio del ragno provocava solo infezioni a livello cutaneo, al massimo una sindrome da avvelenamento, ma mai uno stato di alterazione psico-fisica così evidente e profondo. Si scoprì che l'unica medicina efficace erano i suoni e i canti. Tali musiche erano quelle tipiche della tradizione musicale salentina: la pizzica-pizzica (chiamata così per ovvie ragioni di comunanza con il morso del ragno), che era una musica di divertimento, a volte usata per corteggiare una donna, ma nel rito di guarigione assunse il termine di pizzica-tarantata.
Tuttavia l'accostamento tarantismo/pizzica-tarantata non è così semplice.
Anzitutto perché di tarante (ragni) ce n'erano in abbondanza. Qualcuno sosteneva che ci fossero ben 40 tipi di tarante (che poi, si dice, scomparvero a causa dell'uso di diserbanti e sostanze chimiche in agricoltura e a causa della massiccia bonifica dei campi avvenuta durante le varie riforme agrarie). Poi va detto che non tutte le tarante erano uguali. O meglio, non tutti i morsi erano uguali, si perché ogni morso (ossia, ogni taranta) aveva una sua caratteristica e ricercava un tipo ben determinato di suoni che a volte non coincidevano con quelli tipici della pizzica. Si dice che alcuni tarantati si sentissero scazzicati (questo è un termine molto frequente nel tarantismo, che sta ad indicare una sorta di risveglio/reazione alla medicina) da nenie funebri (parlando, in questo caso, di taranta muta), da ritmi più blandi o molto più sostenuti, da musiche leggere provenienti da fonti esterne (come, di recente, tv e radio) ma anche da suoni che provenivano dai mezzi più disparati ed inconsueti: una pentola, la spalliera di un letto, un pezzo di ferro, ecc.
Gli strumenti musicali utilizzati nella terapia musicale del tarantismo
Senza troppo semplificare, le musiche che scazzicavano i più dei tarantati erano quelle della pizzica-tarantata, la quale si eseguiva con lo strumento tipico della tradizione contadina: il tamburello, suonato – contrariamente a quanto si crede oggi – quasi sempre da una donna (e vedremo come la donna ha un ruolo fondamentale nel simbolismo del tarantismo...).

Ad accompagnare il tamburello vi erano altri strumenti provenienti dalla tradizione contadina o anche da quella nobiliare: rebecchina, zampogna, fistola, chitarra, lira, cetra, bombarda, clavicembalo, violino, arpa e liuto.
Dall'800 in poi venne introdotto anche l'organetto, entrato prepotentemente nella cultura musicale contadina di tutto il Meridione.
Tuttavia il De Martino, quando vide con i suoi occhi, nel 1959, un rito di guarigione di una tarantata, osservò che gli strumenti utilizzati si erano, per così dire, impoveriti, difatti nell'ultimo periodo di sopravvivenza del tarantismo si usavano: tamburello, chitarra, violino e organetto.
Appena i suonatori avevano azzeccato il giusto ritmo e la giusta melodia, la tarantata (parleremo di tarantata, perché erano in maggior modo le donne ad essere colpite da tale fenomeno...) usciva dal suo torpore e iniziava ad eseguire un vero e proprio ciclo coreutico-musicale, caratterizzato da momenti che potremmo definire immutabili, fissi: la donna partiva dalla posizione di riposo, stesa a terra e poi iniziava a muoversi strisciando per terra; era in questo momento che la donna iniziava dei movimenti con la testa seguendo il ritmo del tamburello, movimenti che, secondo alcuni, provocavano uno stato di trance.
A questo punto iniziava il ballo in piedi. La donna compiva dei giri intorno ad un lenzuolo, utilizzato per indicare il perimetro cerimoniale (tra poco capiremo il perché...), spesso sbattendo i piedi per terra ed infine, dopo un volteggio, tornava nuovamente al suolo. Talvolta la tarantata poneva l'orecchio davanti agli strumenti, quasi per catturare i suoni da essi prodotti, in modo che la taranta potesse subirli maggiormente e, così, accelerare la cura.
Dunque il ciclo presuppone delle fasi che ogni tarantata, in tutto il territorio salentino, eseguiva pressoché allo stesso modo, e questa appare essere una delle tante particolarità del fenomeno: come possono tutte le tarantate eseguire, in un apparente stato di incoscienza, il medesimo ciclo coreutico musicale come se fosse un ballo imparato a scuola e artamente e coscientemente eseguito?
Qui entra in scena il mito. Si, perché mito e rito vanno a braccetto. Mito significa semplicemente racconto, ma è un racconto vivo di qualcosa che l'uomo non ha mai saputo spiegarsi con la ragione, e il rito è la riattualizzazione del mito, il suo continuo ripetersi come se fosse presente. Per spiegarvi meglio il concetto di mito/rito, possiamo rifarci a quello che tutti noi conosciamo: la funzione liturgica (comunemente chiamata messa). Ebbene la funzione svolta dal sacerdote non è altro che un rito, un ripetere, nel presente, fatti avvenuti nel passato, contornati da eventi straordinari, incomprensibili, come i miracoli effettuati da Gesù Cristo e raccontati nei Vangeli, da qui il mito che si fa rito.
Anche il ballo della tarantata è un rito, né più né meno. Un rito che nel corso del tempo ha cambiato qualche aspetto, ma la sostanza è rimasta la stessa. La fase in cui la donna è stesa è quella in cui la donna si fa ragno, lo imita, ne assume le sembianze quasi fosse una metamorfosi di Ovidiana memoria, mentre nella seconda fase la donna combatte il ragno: si alza in piedi, sbatte i piedi per terra, corre lungo il lenzuolo bianco, si dimena, si avvicina ai suonatori per catturare i suoni, insomma, cerca di far passare le pene dell'inferno a quel ragno che la sta tormentando. E guarisce. Salvo poi essere rimorsa esattamente l'anno dopo. Ma di questo ne riparliamo tra poco.
Si, sono sicuro che qualcuno di voi ora starà pensando che la tarantata fosse una pazza. Ebbene non vi biasimerò, se cercate su internet troverete qualche descrizione del tarantismo come di un fenomeno di isteria. L'isteria, però, dovrebbe colpire quelli che parlano senza aver letto almeno qualche opuscolo (libro sarebbe troppo) che parla di tarantismo.
Nel tarantismo, invece, entra in scena il mito di Arakne, di cui vi parlerò tra poco, che non a caso è una donna che viene trasformata in un ragno...vedete? tutto torna! Dai, aspettate un po' prima di zompare all'affascinante racconto di Arakne e continuate a leggere, perché, a differenza di altri, voi ora avete il privilegio di sapere come stanno esattamente le cose. Non perché chi scrive sia un profondo conoscitore del fenomeno, macché! Solo vi sta dicendo e vi dirà cose che trovano riscontro con la storia, la mitologia, i racconti, ecc. E di tutto questo vi fa un bel riassunto!
Tornando a noi, quando la tarantata, dopo il ballo, si era riposata a sufficienza, riprendeva a ballare...per ore, fino all'ennesimo sfinimento. Ciò comportava che i suonatori dovevano risiedere in casa della tarantata per tutto il tempo di cui essa necessitava. E considerando che i suonatori erano anche lavoratori (contadini, artigiani, commercianti, anche preti...), potete immaginare che questo loro lavoro dovesse essere retribuito. E, dunque, è altrettanto facile immaginare che la famiglia della tarantata subiva oltre alla beffa anche il danno dovuto alle enormi cifre che doveva sborsare per pagare i suonatori, per non parlare delle giornate di lavoro che la tarantata e la sua famiglia perdevano durante il tempo necessario per la guarigione. Potete immaginare, se avete letto la storia del Salento, come anche una sola giornata di lavoro persa significasse non potersi permettere di comprare da mangiare, figurarsi di pagare i suonatori! Insomma, le famiglie dei tarantati vivevano un vero e proprio dramma esistenziale.
E pensate che il tarantismo è giunto fino ai giorni nostri, difatti si sono registrati casi di tarantate anche negli anni '90 del secolo scorso o nei primi anni 2000. Certo oggi i tempi sono cambiati così tanto che il tarantismo ha perso di significato, ma si odono ancora i pianti delle tarantate e delle sue famiglie, per cui oggi è irriverente, da parte di alcuni gruppi di riproposta, presentare sui palchi il cosiddetto ballo della tarantata, perché il tarantismo rappresentava una sofferenza, sia per la donna sia per la sua famiglia.
Altri oggetti usati nel rituale curativo
Torniamo a noi. Terminati i balli nell'arco della giornata, la tarantata, esausta, cercava il meritato riposo. Ma ballare per un giorno intero non significava guarire. Occorrevano, per alcune tarantate, anche due o tre, persino cinque giorni di cure. Ogni taranta aveva la sua resistenza e alcune erano alquanto forti! Dunque i balli potevano durare a lungo.
Nel complesso del ciclo coreutico-musicale, poi, particolare importanza assumevano alcuni oggetti, tra cui spiccano i drappi colorati. Infatti i colori nel tarantismo assumono la stessa importanza della musica.
Alcune tarante erano suscettibili ai colori forti, come il rosso o il giallo. Per esempio, una tarantata studiata da De Martino, Rita di Alezio, durante la fase del ri-morso non poteva sopportare il colore giallo, tanto che non poteva mangiare né i tuorli d'uovo né le cozze tarantine, il cui colore richiamava quello della sua taranta, ma nel resto dell'anno non aveva problemi a mangiarne.
Altre tarante venivano scazzicate dai colori più tenui, come il celeste o il rosa. Il nero, invece, era il colore odiato da ogni tarantata. Ad ogni modo, se i familiari non riuscivano ad individuare i colori, la tarantata, a volte, non si muoveva nemmeno, e dunque si può immaginare quanto fosse difficile individuare il mix di musica e colori per riuscire a scazzicare la taranta.
Una volta individuato il colore associato alla particolare taranta, la tarantata, durante il ballo, giocava con la stoffa colorata, come poteva anche distruggerla violentemente. Tutto ciò fa intuire che il colore e la reazione della tarantata avevano a che fare con la storia di vita pregressa, con una particolare vicenda che ha suscitato un sentimento represso o, anche, con il simbolismo mitico della taranta, la quale, lo ricordiamo, si lega ancora al mito di Arakne, alla donna che crea tele incantevoli, dai colori multiformi, che nell'immaginario inconscio collettivo è rimasto come il dualismo tra bene e male, tra creazione e distruzione, tra madre-terra e un animale insidioso, il cui veleno provoca così tanta sofferenza. La sofferenza della gente del Sud. La sofferenza millenaria degli umili della terra. La sofferenza da cui si può guarire, ma che morde e rimorde, a volte per tutta la vita.