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Le grotte, testimonianza della civiltà salentina

grotta veneri

Le prime “case” dell'uomo preistorico erano le grotte. Non c'è che dire. Quando l'uomo non aveva ancora preso dimestichezza con pietre, terra e fango (materiali usati per costruire le prime case), aveva scoperto la via più facile per ripararsi: le grotte. Ecco che la prima grotta che si ritiene sia stata abitata dall'Homo di Neanderthal e da quello di Cro-Magnon è la Grotta delle Veneri di Parabita, ove sono state ritrovate due statuette, appunto, di due veneri, che dimostrano che la grotta fu teatro di riti di carattere religioso riguardanti la fertilità.

 

veneri

 

Tuttavia queste attività si attestano intorno al 35.000 a.C., stando alle ricostruzioni storiche, mentre in precedenza le grotte erano utilizzate come semplici ripari.

Attenendoci strettamente alla storia, restiamo nel paleolitico superiore. In quel tempo la gente che abitava queste zone usava ripararsi nelle grotte, per viverci e per svolgere le attività quotidiane: dormire, mangiare, ripararsi dal freddo e dalle interperie. Ma quando iniziarono a lavorare la terra e ad organizzarsi in comunità, donne e uomini abbandonarono le grotte e si ripararono in superficie, utilizzandole, da allora, per riti religiosi. La scoperta delle due statuette, difatti, dimostra inconfutabilmente il culto della madre terra praticato nella grotta sin dalla preistoria.

Altra testimonianza di ciò si ritrova più ad Est, precisamente a Porto Badisco, località a 6 km da Otranto. Qui ritroviamo la cosiddetta Grotta dei Cervi, una cavità di origine carsica che trova l'imbocco sul mare e si sviluppa in tre corridoi distinti, abitata dall'uomo della preistoria e successivamente utilizzata per riti religiosi.

La Grotta dei Cervi è la più importante testimonianza della presenza dell'uomo nel Salento, oltre a rappresentare un'interessante centro di studio dell'arte pittorica e graffitica, visto che conta ben 3.000 pittogrammi e un numero elevato di graffiti, concentrati però solo in una “stanza”, a riprova del fatto che prima del neolitico l'uomo usava abitare le grotte e comunicare con gli altri attraverso l'uso dei graffiti, mentre successivamente, parliamo del neolitico, l'uomo usava simili grotte a scopi religiosi o, comunque, sacrali, e l'elevato numero di pittogrammi che possono definirsi in qualche modo connessi alla religione e alla magia dimostra il cambio di destinazione d'uso della grotta!

Per meglio capire il linguaggio usato dai nostri antenati, dobbiamo avere ben chiara la differenza tra graffiti, pittogrammi, ideogrammi e logogrammi.

I graffiti erano dei segni molto semplici utilizzati per comunicare qualcosa agli altri.

 

graffiti grottadeicervi

 

Questo elementare modo di comunicazione divenne man mano sempre più evoluto, tanto che si passò, intorno al Neolitico, all'uso dei pittogrammi, disegni più complessi e di matrice magico-rituale, destinati espressamente ai fini della comunicazione visiva.

 

pittogrammi grottadeicervi

 

Successivamente i pittogrammi diventarono ideogrammi (esempio tipico sono i geroglifici egiziani) in cui i simboli stavano per idee astratte oltre che concrete, insomma, gli ideogrammi raccontavano storie utilizzando le prime, arcaiche, forme allegoriche.

 

ideogramma

 

Infine dagli ideogrammi si passò ai logogrammi, che rappresentano la prima forma di linguaggio scritto composto da vere e proprie regole grammaticali, seppur elementari.


Le immagini contenute nella grotta dei Cervi appartengono alla famiglia dei pittogrammi, dunque s'inseriscono in un periodo in cui l'uomo, entrato in una proto-comunità, iniziava ad utilizzare le immagini come forma di comunicazione di idee astratte, di valenza mitologico-rituale.

Qui s'inserisce la celebre figura della scimmietta o sciamano, anche detta divinità danzante, presente nel gruppo 46 del corridoio 2 della Grotta dei Cervi.

scimietta

Tale figura appare ad una prima vista in forma antropomorfa, tuttavia è facilmente intuibile, ad una seconda e più approfondita analisi, la mancanza di elementi oggettivamente antropici. A ciò si aggiunge la presenza di una “coda” che non ha alcun riferimento con la figura umana.

Da qui si può giungere alla conclusione che si tratta di una figura appartenente al mondo animale (scimietta) o una figura di fantasia accomunata ad elementi religioso-mitologici.

Al di sotto della figura si ritrovano due linee a forma di cuore che si incrociano come se fossero due serpentelli che s'insidiano nel ballo della scimietta.

Tale figura è entrata prepotentemente nell'immaginario collettivo, tanto da essere assurta quasi a simbolo del Salento e delle sue tradizioni coreutico-musicali. Difatti alcuni studiosi hanno interpretato l'immagine come una sorta di connessione tra gli elementi simbolici del tarantismo e il culto di una divinità arcaica, magari riconducibile alle divinità legate alla Madre Terra.

Secondo una teoria di carattere mitico-religioso, l'immagine rappresenta dunque una figura divina, mentre i due serpenti rappresentano un'altra divinità.

Tra l'altro un aspetto affascinante è legato al fatto che i due serpenti sono sollevati in direzioni opposte a formare una spirale. Sarà un caso, ma la forma della spirale, come abbiamo visto parlando del mito di Arakne, si ritrova costantemente nella natura e nei prodotti antropici.

Dunque il mito del serpente (che, lo ricordiamo, è la stessa cosa del mito della taranta), la spirale, il ballo, sono – accedendo a tale ricostruzione – elementi quasi archetipici in Salento.

Tuttavia c'è un'altra teoria relativa al pittogramma, che lo vede come una mappa geografica della zona di Porto Badisco.

Secondo questa teoria, gli antichi avevano un senso pratico molto più accentuato di quello che oggi pensiamo e il loro disegno oggi intepretato come magico-rituale era solo una raffigurazione del quotidiano, la trasposizione su pietra dell'ambiente circostante.

 

scimietta cartageogr


Dunque, accedendo a tale teoria, i due “serpenti” altro non sono che due grandi canaloni che procedono dall’entroterra a convogliare le acque sorgive verso il mare, intersecandosi tra loro, mentre il corpo non è altro che la linea della costa. La testa, invece, sembrerebbe raffigurare il sole mentre sorge da dietro le rocce e la “coda” sembrerebbe essere la raffigurazione delle onde del mare.

Ad ogni modo, qualunque sia il suo significato, la scimietta o divinità danzante, o carta geografica che sia, è uno dei simboli più suggestivi della Grotta dei Cervi e una delle più belle testimonianze della presenza dell'uomo primitivo in Salento.

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